TramaNew York. Notte. Decine di illustri esponenti dell'alta borghesia ebrea sono riuniti in un vasto salone per festeggiare il compleanno di Judah Rosenthal (Martin Landau), affermato medico oculista, rispettabile padre di famiglia nonché stimato filantropo.
Judah però nasconde un segreto.
Da due anni ha una relazione con una ex hostess, Dolores Paley (Anjelica Huston), emotivamente instabile e sempre sull'orlo dell'isteria, soprattutto ora che lui è intenzionato a troncare il loro rapporto. Dolores non vuole rassegnarsi e minaccia di rivelare tutto a Miriam (Claire Bloom), moglie di Judah, e di portare a galla delle manovre poco pulite che il medico avrebbe condotto in passato con dei fondi destinati a scopi di beneficienza.
Sempre piú sotto pressione, il medico chiede consiglio in un primo momento ad un amico rabbino, che lo esorta a confessare il suo tradimento e a chiedere perdono alla moglie, e poi al fratello, un personaggio colluso con la criminalità, che gli prospetta una soluzione di tutt'altra natura.
Judah, tormentato dal dilemma, sente riemergere dal fondo della memoria gli echi degli insegnamenti del padre (anch'egli rabbino) sugli "occhi di Dio" e la giustizia divina. Con l'animo lacerato dal dubbio compie la sua scelta...
Parallelamente, nella stessa città si svolge la mediocre vita di Cliff Stern (Woody Allen), documentarista di qualità e colto intellettuale, alle prese con un matrimonio sull'orlo del collasso e con una professione per la quale non ha ricevuto nessun riconoscimento. Alla perenne ricerca di un lavoro, trascorre le sue giornate andando al cinema con la nipote adolescente e realizzando un documentario su un vecchio filosofo.
Al contrario suo cognato Lester è un uomo realizzato, ricco ed influente, che ha fatto la sua fortuna producendo trasmissioni televisive di scarsa qualità ma di grande successo. Sarà proprio lui a chiedere a Cliff di girare un documentario sulla sua vita. Cliff, che non lo sopporta, accetta di malavoglia l'incarico e, durante le riprese, incontra Halley (Mia Farrow) con cui instaura fin da subito un rapporto speciale...
ConsiderazioniIl film è sviluppato attraverso una moltitudine di contrapposizioni, a partire dalla narrazione delle vicende che alterna, in modo sicuro ed equilibrato, la storia di Judah, piú drammatica e tesa, e quella di Cliff, virata invece al comico.
All'interno di ciascuna storia vi sono evidenti contrapposizioni tra personaggi: il saggio e pacato rabbino amico di Judah e suo fratello criminale, la moglie fedele ed affettuosa e l'amante isterica, l'idealista Cliff e il borioso e vuoto Lester, la fredda e scostante moglie di Cliff e la tenera Halley.
Ma le contrapposizioni fondamentali su cui poggia il cuore del film riguardano i temi trattati, in particolare il contrasto giustizia umana e giustizia divina, ma anche tra ricerca del successo e fedeltà ai propri ideali.
Per sottolineare queste dicotomie, il direttore della fotografia Sven Nyqvist (storico collaboratore di Ingmar Bergman), utilizza efficacemente l'accostamento di forti chiaroscuri, materializzando nelle specie della luce e del buio i due poli opposti tra cui si dibattono i protagonisti. Inoltre i discorsi di Judah attorno a vista e cecità ne costituiscono un adeguato contraltare verbale.
Il film è un'amarissima favola morale e racconta con disincantata sincerità e acuta ironia come perseguendo dei valori eticamente positivi l'individuo finisca inevitabilmente verso la deriva sociale e, sostanzialmente, in una condizione di infelicità. Cliff, per non scendere a compromessi con i propri ideali, viene emarginato dalla società di massa, incapace di apprezzare la vera qualità e disposta invece ad ingozzarsi della comicità arruffona e volgare dei programmi di Lester. Il suo insuccesso professionale, vero e proprio marchio d'infamia nella società americana, determina anche il degrado dei rapporti con la moglie, che lo considera un fallito e che non riesce a rompere quello spesso velo gettato dalle convenzioni sociali che le impedisce di vedere la rettitudine del marito e la sua sincera passione per il lavoro.
Tuttavia l'aspetto piú atroce nella parabola esistenziale di Cliff è il fallimento del suo rapporto con Halley.
Creatura dall'animo semplice, dolcemente socievole, intelligente e di buon gusto, Halley si sente istintivamente affine Cliff ma poi se ne allontana per avviare infine una relazione con Lester. Per colmo d'ironia le scuse con cui lei tiene a distanza Cliff sono una raccolta delle piú stereotipate locuzioni del caso:
"non sei tu, sono io",
"non sono pronta",
"mi sento ancora professionalmente instabile",
"non sono la persona giusta", come pure stereotipate e superficiali sono le ragioni per cui lei afferma di stare con Lester:
"in fondo se lo conosci bene è dolce, romantico, sensibile".
Nonostante questo inatteso voltafaccia, non si riesce a provare nei confronti di Halley disprezzo o rabbia perché la caratterizzazione che ne viene data è quella di una persona trasparente, senza secondi fini. Anche lei, espressione paradigmatica di quella società che ha ostracizzato Cliff, non riesce a cogliere il meglio, la vera qualità, ma si orienta, catturata dalle possibilità offerte dal potere e dal successo di Lester, verso una scelta di comodo senza tuttavia esserne pienamente consapevole.
E proprio in questa 'felice incoscienza' si annida il nucleo piú angosciante della sua scelta.
Cliff, che comprende alla perfezione tutto ciò, reagisce con un senso di amara delusione e sgomento, tradotti visivamente in modo magistrale attraverso una lunga inquadratura del volto dolorosamente attonito di Woody Allen, quando vede per la prima volta Halley insieme a Lester.
Impossibile lavare via dagli occhi l'immagine di quell'ometto basso, occhialuto, arguto e intelligente che prende coscienza della propria sconfittta ad opera della mediocrità e della stupidità. Sconfitta personale che assume le dimensioni di una sconfitta universale, quasi metafisica, dell'idealismo da parte dell'opportunismo.
Viceversa, Judah, che ha fatto della menzogna e del delitto i suoi strumenti di vita, riesce, dopo aver avuto ragione dell'amante, a conservare la propria rispettabilità sociale e l'amore di sua moglie.
Crimini e misfatti è un film che racconta l'amarezza di vivere controcorrente, ma senza senza rancore o desiderio di rivalsa. Piuttosto il tono che prevale è una malinconia rassegnata ma leggera che scaturisce dalla consapevolezza che l'unica consolazione che spetta agli sconfitti è la risata autoironica (
"L'ultima donna in cui sono entrato è stata la statua della Libertà!" confessa Cliff alla sorella, e in una delle ultime scene dice ad Halley:
"Ah, l'unica mia lettera d'amore...si be' molte parti le avevo copiate da Joyce...ti sarai stupita di tutti quei riferimenti a Dublino...").
Ho apprezzato il film soprattutto per questo, perché mostra secondo una prospettiva crepuscolare e priva di risentimento come la sconfitta sociale e la solitudine personale siano lo sbocco naturale ed inevitabile per chi segue ideali e valori fuori dagli schemi condivisi dalla massa.
La qualità non paga né sul piano sociale né su quello personale: non resta che riderci (amaramente) sopra e sperare nelle generazioni future.
Infatti il suicidio del vecchio filosofo che predicava sempre la gioia di vivere è emblematico del fallimento delle generazioni passate nel trasmettere un codice etico duraturo. Ormai ciò che rimane sono solo frammenti di discorsi del tutto inefficaci a provocare una reale conversione delle persone (i ricordi del dottore). Anche la religione ha perso il suo valore formativo, ridotta com'è ad un insieme di pregiudizi (come si lamentano i commensali del padre di Judah) o ad una coreografia buona per grandi eventi (la cerimonia delle nozze).
L'unico motivo di speranza e di consolazione viene appunto dalle nuove leve come la nipotina di Cliff, sveglia e culturalmente curiosa.
E ora veniamo al finale.
Cliff e Judah si incontrano durante una festa di matrimonio.
Cliff è seduto in disparte, in penombra, in una remota stanzetta della lussuosa villa in cui si tiene la festa. Sorseggia un drink sconsolato e amareggiato, con lo sguardo fisso nel vuoto, pensando ad Halley ormai irrimediabilmente perduta.
Judah gli si siede accanto e gli racconta tutta la sua storia, come fosse il soggetto per un film poliziesco.
In questo modo il paradosso raggiunge il suo apice: proprio Judah, abituato a fare della falsità una nuova forma di verità di vita, ecco che tutto ad un tratto confessa ad un perfetto estraneo tutta la verità, anche se mascherata da bugia.
Verità però che neppure Cliff, artista di valore, riesce a cogliere.
Il falso e il vero perdono quindi qualsiasi pretesa di oggettività e di comunicabilità riducendosi a pure categorie dello spirito, custodite nella fragile e precaria coscienza del singolo individuo.
Non c'è nessuno sguardo di Dio a scrutare, dal di fuori, il cuore degli uomini, e a dispensare premi e punizioni secondo criteri condivisi di merito o valore.
Perché senza verità non ci può essere neppure giustizia o logica o amore.
In quel momento noi siamo lí, negli abiti di Cliff, dietro un paio di occhiali spessi, coi capelli arruffati e la giacca di traverso, buttati su una sedia, a rigirarci la vita tra le mani come un bicchiere mezzo vuoto in cui rimestiamo le nostre sconfitte quotidiane o le speranze deluse, cercando un ordine, uno schema, un punto d'appoggio per trovare la forza di capire e risollevarci.
Invece ci è toccata la sorte del padre della sposa, cieco, che, nelle ultime immagini del film, balla con la figlia, senza riuscire a vederla nonostante lei sia proprio lí di fronte, ad un passo. E cosí perduriamo a condurre la verità, l'amore, la felicità con incerto passo di danza, a spasso per la vita, sfiorandoli appena, desiderandoli ardentemente, ma senza essere mai davvero capaci di coglierli nella loro piena e sfolgorante bellezza, sconfitti e amareggiati dal nostro stesso essere uomini.
SchedaTitolo: Crimini e misfatti
Tit. originale: Crimes and misdemeanors
Paese: USA
Anno: 1989
Durata: 107'
Regia: Woody Allen
Interpreti principali: W. Allen, M. Landau, A. Huston, M. Farrow, C. Bloom, A. Alda, C. Aaron, S. Waterson
Voto: 5/5