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Trama Inverno 1981, Svezia. Oskar ha 12 anni, è biondo, grassottello e vive con la madre a Blackeberg, un sobborgo popolare di Stoccolma. Passa il tempo libero collezionando articoli di giornale che trattano di fatti particolarmente violenti e fantasticando su una cruenta quanto irrealizzabile ribellione contro i bulletti che regolarmente lo tormentano a scuola. Una notte, proprio nell'appartamento vicino al suo, vengono ad abitare un uomo, Hakan, e una ragazzina Eli. Tanto misteriosa quanto carina, Eli instaura giorno dopo giorno un'amicizia speciale con Oskar, mentre nel circondario cominciano a verificarsi strane morti...
Considerazioni Le vicende narrate ruotano attorno ad un crocevia di solitudini che si accavallano (Oskar, Tommy, i bulletti, gli ubriaconi, i genitori di Oskar, Hakan). Al centro c'è Eli, bambino-vampiro senza sesso né età, che un atto di crudeltà estrema ha proiettato al di fuori dell'umanità, del tempo e di sé stesso, in uno spazio senza orizzonti dove l'aberrazione è quotidiana normalità. È infatti la solitudine la vera protagonista del libro e la principale causa di orrore, tanto che il gelo nordico che fa da sfondo alla storia è quasi un'emanazione meteorologica del freddo dell'anima che essa suscita. La condizione di vampiro è orribile proprio perché concentra in un solo individuo una tale carica di solitudine da renderlo un mostro assetato di socialità ma nello stesso tempo incapace di costituire delle relazioni interpersonali che non siano violente e distruttive.
Anche Oskar è assetato di amicizia e rapporti sociali normali ma le prospettive sono fosche: la metamorfosi in una forma anemica di vampiro è già iniziata anche in lui (colleziona articoli di giornale che parlano di efferati delitti, medita di colpire con un coltello i bulletti che lo maltrattano) e tra le palazzine popolari della periferia sembra non esserci spiraglio per la redenzione.
Ecco perché la vicenda di Oskar ed Eli è straordinaria. In un fragilissimo equilibrio di tempi e distanze, queste due singolarità si sfiorano, si annusano, si scontrano e infine si accettano. Non è tanto una storia d'amore o di lotta per la sopravvivenza, non solo almeno, quanto piuttosto un percorso adolescenziale di ricerca della propria identità che può essere colta solo nel riflesso di un rapporto interpersonale sincero e duraturo. Eli lo dice chiaramente ad Oskar: "Io non sono niente. Non sono una bambina. Non sono una vecchia. Non sono un ragazzo. Non sono una ragazza. Non sono niente". Chi non riesce a costituire una propria identità nel confronto con l'altro è condannato all'oblio e alla morte, spirituale prima che fisica (si pensi al gruppo di amici alcolizzati e in particolare alla relazione fuori tempo massimo fra Lacke e Virgina).
È tutto qui il nucleo pulsante di questo romanzo. E non è poco.
È apprezzabile anche la prospettiva razionalistica in cui viene inquadrato il fenomeno del vampirismo (ereditata dal romanzo di Richard Matheson Io sono leggenda) e la descrizione delle sensazioni interiori di Virginia che subisce la trasformazione, entrambi elementi che giocano a favore di un'ulteriore umanizzazione della figura del vampiro.
Dal punto di vista stilistico, la narrazione procede per accostamenti di quadri sostanzialmente statici. L'autore viene dalla TV e lo si percepisce nell'architettura del racconto e nello sviluppo framentario delle singole parti. La prosa è scorrevole e funzionale alla narrazione anche se risulta piú adatta ad esprimere i toni delicati e intimistici della prima parte piuttosto che quelli piú cupi e gore delle pagine finali. Il contorno di boschi e foreste contribuisce poi a immergere tutto il racconto in una suggestiva atmosfera di fiaba nordica.
Insomma un romanzo apprezzabile con una interessante storia originale, una discreta capacità di introspezione psicologica e uno stile piano ma gradevole. Non un capolavoro ma una lettura soddisfacente.
Citazioni Lacke era semplicemente contro la pena di morte. Non che avese una concezione moderna della giustizia, ma piuttosto una antica. Pensava che "se qualcuno uccide il mio bambino, allora io lo uccido". Dostojevskij parlava molto del perdono, della pietà. Certo. Da parte della società, assolutamente. Ma io come genitore di un bambino assassinato, sono nel mio pieno diritto morale di uccidere la persona che lo ha fatto. Se poi la società mi condanna a otto anni di carcere, è un'altra questione.
"Io...non uccido le persone." "No. Ma vorresti farlo. Se potessi. E lo faresti sicuramente in caso di necessità". "Perché li odio. C'è una bella..." "Differenza? È questo che vuoi dire?" "Sí..." "Se potessi cavartela. Se succedesse e basta. Se tu potessi augurare a qualcuno di morire e quello morisse. Lo faresti allora?" "Sí" "Sí. E lo faresti soltanto per il tuo piacere. Per vendetta. Io lo faccio perché devo. Non esiste altro modo."
Voto: 3/5
_________________ ...ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare... (F. Guccini)
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